I lavori di Mario Tomè (Agordo, 1980), di natura concettuale, rifiutano ogni sovrastruttura intellettualistica complessa, orientandosi piuttosto ad una radicale semplificazione degli apparati semiologici. […]
L´utilizzo normale di oggetti, utensili e materiali comuni, agevola la pratica igienica della ripulitura delle cose da sotto al cumulo di incrostazioni ermeneutiche ridondanti con cui la mente usa alterare i luoghi del senso (e con ciò, il senso dei luoghi), e conduce alla liberazione del loro significato originario. […]
Skyhook. Cercare è salire. Pulsione totalizzante, ricerca esistenziale, accomunano la pratica dell’artista e quella del rocciatore.
Per entrambi, la tensione esplorativa e l’azione creatrice conducono ad operare secondo un criterio di necessità all’interno di spazi entro cui viene indagato il puro senso. Senso della cosa; della relazione tra le cose, degli esseri con l’essere e con l’esserci. Spazi perfettamente arbitrari, de-liberati, in ciò essenziali all’uomo vivo, inutili ed incomprensibili all’uomo astenico, incapace di thauma.
Lo skyhook è un particolare climbing tool, utilizzato nella progressione su roccia in situazioni particolarmente impegnative, d’equilibrio precario. Lo scalatore lo impiega in parete, affidandosi a questa protezione minima ed aleatoria pur di proseguire nell’ascensione. Di continuare ad avanzare.
In skyhook, Mario Tomè riflette sui significati e sui meccanismi che determinano l’irresistibile pulsione a salire, e sulle fortissime analogie tra l’aspirazione dell’artista e quella dello scalatore. […]
Lo skyhook è un gancio formidabile. La distanza impressionante tra la sua dimensione, la ridottissima superficie di contatto con la roccia e la capacità di tenuta che riesce a garantire, genera un lampo zen, è koan. Un punto, precisamente quello, qui e ora, in cui il metallo preme sulla pietra: quella pressione provocata dal peso di un corpo, sorta dal progetto immotivato di un uomo libero cercatore -dunque ladro- genera un equilibrio, rende creativo l’istante. E’ anche il piccolo che custodisce, o conduce, al grande, come l’uomo solo nel cuore della parete, come l’artista nella propria Stahlwille, antiavaro, antisociale quanto lo è un’opera d’arte per il voleur, concentrato, determinato nell’azione, privo di scopo, estraneo al profitto, Mushotoku, teso d’ideale, vuoto, reale.
Ecco che il cercatore scalatore ladro, individualità interrogativa e poetica, conquerant de l’inutile, non da oggi, fa mondi, senza peraltro inventarli, unificando l’azione e la riflessione (anche dove si gioca con l’apparenza di una loro separazione, come avviene, attraverso la frattura tra due livelli percettivi, nel mantra ipnotico di Ti parlo del mio lavoro; anche quando utilizza i propri attrezzi, da montagna, da scasso).
L’artista e il rocciatore: due declinazioni, due isotopi del salitore, ovvero dell’uomo che decide di mettersi all’opera, agendo al contempo la dimensione del fare e quella del conoscere, agganciandole. […]
Gianluca D’Incà Levis
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